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Ink In/Ink Out

Scriviamo tutti di piú, ma non usiamo piú l’inchiostro. Leggiamo tutti di piú ma non usiamo piú la carta. Tuttavia, per scrivere continuiamo a usare le mani, e per leggere continuiamo a usare gli occhi, decodificando codici scritti. Quello che é cambiato é il nostro rapporto con un oggetto tecnologico, il libro, fatto di carta e inchiostro. Fino a quando era perfettamente funzionale rispetto alle nostre esigenze, l’aspetto tecnologico del libro era in piena funzione. E quindi invisibile. Una tecnologia, come un arrangiamento musicale, ha successo quando scompare dall’orizzonte, e nessuno ne intuisce l’esistenza, tranne chi si occupa di tecnologie o arrangiamenti musicali.

Davamo significato al libro così come, secondo Wittgenstein, diamo significato a una parola usandola.

Quando si usa una parola non si pensa a quella parola. Non sarebbe pazzo chi passasse l’intera giornata a pensare alla mappa dell’Ungheria?

Cosí, in un mondo in cui la conoscenza si costituisce a partire dal libro, non sarebbe pazzo chi continuasse a pensare al libro come oggetto tecnologico? Oggi la conoscenza non si costituisce piú a partire dal libro, e quindi possiamo permetterci – senza impazzire – di fare un passo fuori dalla vita per vedere questo oggetto non solo per come lo si usa ma anche per quello che é: una tecnologia recente; ambigua (un libro è potenzialmente eversivo perché racconta storie, ma sconta il tratto autoritario della mancanza di ipertesti);  che segmenta il pensiero con un formato innaturale (le pagine), e tuttavia sostenibile, portatile, sexy. E fatta di carta e inchiostro.

L’aspetto dei materiali é essenziale. Ammettere di amare un oggetto tecnologico, infatti, puó essere complicato. Accettare apertamente che il libro sia una tecnologia, e che proviamo desiderio per quella particolare tecnologia, potrebbe metterci in una posizione attaccabile: quella degli amanti della tecnologia. Naturalmente, questo non é un problema in sé. Lo diventa quando è in funzione una forma di condizionamento sociale che impone una scelta binaria e radicale: “o si ama la tecnologia o si ama la cultura”. Un’opposizione di questo tipo, espressa in questi termini, naturalmente é una stronzata, perché la tecnologia non é il contrario della cultura. Ma il punto é che il condizionamento sociale operato da questa opposizione – per quanto fallace – esiste, ed é particolarmente forte nei confronti degli intellettuali. L’intellettuale che desidera il libro come oggetto tecnologico, che lo vuole tanto piú proprio in quanto tecnologia inattuale e quindi finalmente manifesta, e che peró trova socialmente inaccettabile esprimere il proprio desiderio in questi termini, ha di fronte a se due opzioni. La prima é mentire al proprio corpo e sostenere che il desiderio che sente é indirizzato alle idee contenute nei libri, e non ai libri stessi. China pericolosissima, questa, perché potrebbe costare isolamento sociale, controversie estenuanti, e perfino il posto di lavoro.

La seconda opzione é quella di fare inking out e dichiarare il proprio amore per carta e inchiostro, da vestire di nostalgia, semplicità e “contatto con la vita”. Naturalmente anche questa mossa espone a un rischio mortale. I colleghi ti ameranno ma qualcun’altro potrebbe dirti “va bene, tu resta lí a masturbarti con la carta, delle idee ci occupiamo noi”, che naturalmente é cosa troppo crudele. É crudele precisamente perché è un commissariamento, ed equivale a dire: “hai perso la testa per una tecnologia, sei lí chino ad alienarti sulla tua carta e sul tuo inchiostro, convinto che queste cose ti avvicinino alla realtà, e non ti accorgi che la vita ti passa di lato senza interrogarti, perché hai lo sguardo perso altrove”.

L’errore, mi pare, é quello di pensare che perdersi nella tecnologia, carta o bit che siano, allontani dalla vita, mentre perdersi nella vita avvicini alla vita. Le cose non stanno cosí, perché in realtà, anche se viviamo nella vita, non possediamo la vita. Ignorare il pianto di tuo figlio per finire la lettura dell’editoriale dell’Economist allontana dalla vita. Ma “vivere nel presente” posando la rivista e accudendo il pargolo con sollecite cure paterne o materne non avvicina affatto alla vita, al massimo avvicina a tuo figlio. Il che é già un risultato straordinario, mi pare, ma questo non ci autorizza a pensare di essere evasi dalla gabbia di ovatta che ci separa, per sempre e in modo irrevocabile, dalla vita, qualunque cosa essa sia. La vita non ci appartiene. La morte invece sì, e la dimensione della vita che riusciamo a stringere è solo quella, davvero problematica, che entra in relazione con la nostra morte.

Ma ci sono buone notizie. Se la vita é inavvicinabile, possiamo perderci nella tecnologia e restare capaci di una scelta morale autentica, per quanto ci é possibile, senza preoccuparci di allontanarci dalla vita, che comunque é al di fuori della nostra portata. Possiamo quindi ad esempio scrivere con dell’inchiostro su un supporto cartaceo fino a provare vertigini cosmiche, ma – ed é qui il punto in cui operiamo la scelta morale che ci redime – possiamo sentirci liberi di non farci sopraffare, possiamo condividere la scrittura con altri, possiamo fotografare le pagine e caricarle su instagram, possiamo chiedere ad altri di continuare a scrivere da dove eravamo rimasti, possiamo cancellare tutto, possiamo discutere con gli amici per cercare di capire di chi siano le idee scritte. Possiamo stringere in mano un dispositivo digitale personale e usare il pollice opponibile selezionato dall’evoluzione per stringere asce di pietra, sfruttando il fatto che questo gesto attiva anche le aree del nostro cervello associate al linguaggio.

E possiamo anche scegliere, dritti sul precipizio senza vertigini, di continuare a usare occhi, dita e idee per raccontare storie senza carta e senza inchiostro.

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