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Google e Pino Pascali

Su Sette del Corriere della Sera, oggi, l’esperto di web Roberto Cotroneo ci offre l’ennesima variante di una geremiade contemporanea di sicuro successo: lamentarsi di un supposto imbarbarimento culturale causato dalla fruizione della cultura attraverso le nuove tecnologie. O meglio le attuali tecnologie, che sarebbe il caso di finirla con questa mania italiana di etichettare come “nuovo” il presente.
“Si può capire Pino Pascali con Google?” è la domanda retorica di Cotroneo. Retorica e logicamente fallace, perché addossa a Google – che qui per metonimia indica tutto il web – la responsabilità di far capire l’arte. Un presupposto più corretto sarebbe stato “Si può almeno scoprire l’esistenza di Pino Pascali con Google, in assenza di altre informazioni?”, ma il problema è che poi toccava rispondere di sì.

“Bachi da Setola” di Pino Pascali, 1968, presa dal sito di Artribune

L’esperimento di Cotroneo è questo: ha osservato una coppia di fronte a un’installazione di Pascali alla GNAM di Roma (non quella della foto qui sopra). Da come li descrive, si capisce che non sono esperti. Sono in un museo, con macchina fotografica e smartphone e sanno poco o nulla di quello che vedono. Sono, quindi, i visitatori più importanti in assoluto per i musei. Il cosiddetto “nuovo pubblico” nei termini fastidiosi del marketing. Persone normali che vogliono conoscere cose che non sanno, perché sentono dentro di sè la voglia di capire – se vogliamo usare un altro linguaggio.

In sala non trovano informazioni se non cognome e nome dell’autore. Un fatto questo, su cui Cotroneo non si sofferma. Cercano informazioni su Wikipedia, poi su Google. Cotroneo chiama beffardamente Google “oracolo”, dando per fatto acquisito ciò che dovrebbe dimostrare, e cioè che questa coppia da Google si attenderebbe “la verità su Pino Pascali”.

In ogni caso, la coppia non resta a secco di informazioni. Solo che sono inadeguate alla comprensione dell’opera di Pascali. O meglio, non c’è modo di sapere se le informazioni fornite da “Google” fossero adeguate, perché, come nota Cotroneo “[i due] non hanno mai finito di leggere una voce su di lui”.

Ma allora qual è il problema, l’inadeguatezza di Google o la mancanza di disponibilità di queste persone ad approfondire? La seconda, evidentemente. E di chi è la colpa?

“Nell’era pre internet – scrive Cotroneo, e intuiamo la lacrimuccia – in un museo avevi tre possibilità. La più semplice era studiare da prima e documentarti su quello che andavi a vedere scegliendo una galleria d’arte. La seconda era comprarti una guida e leggere mentre passi da un’opera all’altra. La terza, relativamente più moderna, metterti alle orecchie le audio guide che ti spiegano le cose.”

La terza soluzione, capiamo dal tono della prosa, non vale. Ma il problema è che tutto questo è falso. Queste erano le alternative che, nell’era pre internet, avrebbe avuto un intellettuale come Roberto Cotroneo. Ma Cotroneo, in questo esperimento, non ha seguito una coppia di intellettuali. Il paragone è sbagliato, e curiosamente è sbagliato in un modo che tende a rafforzare le tesi dell’autore.
Cotroneo si sarebbe dovuto chiedere cosa facevano nell’era pre internet le coppie di persone normali che nelle gallerie d’arte non entrano perché sono intimidite, e che non comprano le guide perché leggono poco o mai. Queste persone, molto semplicemente, non entravano nei musei e non vedevano le opere di Pino Pascali. Adesso ci entrano, per fortuna.
Se la GNAM avesse investito in intelligenze, competenze e tecnologie, avrebbe potuto offrire a queste persone la possibilità di scoprire e forse approfondire, usando audio, video e informazioni contestuali. Ma la GNAM non l’ha potuto o voluto fare, eppure queste persone hanno cercato di capire lo stesso, perché sanno che Google e Wikipedia daranno loro almeno qualche informazione per orientarsi nel mondo vietato degli intellettuali, quello in cui esiste l’arte contemporanea. A me tutto questo sembra indicare un avanzamento di capacità cognitive. Confesso di non essere in grado di valutare invece la portata del cambiamento dal punto di vista culturale, ma ritengo evidente che si possa almeno concludere che oggi le persone che non leggono per intero gli articoli – che non hanno mai letto per intero gli articoli – almeno hanno imparato ad esplorare da sole i luoghi della cultura senza chiedere permesso.

Ho poi controllato la pagina di Pino Pascali su Wikipedia. Effettivamente non era un granché. Mancavano fonti attendibili. Quindi, io che sono un intellettuale, ho modificato e migliorato almeno un pochettino quella pagina, aggiungendo informazioni sull’opera “Bachi da setola” della GNAM di Roma.

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Archiviato in:Digital, musei

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Sono un giornalista e un consulente per musei

3 Comments

  1. meri

    Se poi magari nei musei ci fosse una guida (umana) o una brochure sintetica. … o un app per chi non si stacca mai dal cell….. troveremmo risposte a molte domande.
    Dimentichiamoci che chiunque possa acquistare un catalogo (se presente) in ogni museo o mostra: avete presente i prezzi ?
    Forse un catalogo da consultare o un estratto da riconsegnare all’uscita. All’estero si fa.

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