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Prototipare secondo Tim Powell

In uno dei primissimi interventi a Museum Next 2017 a Rotterdam, Kathleen Gardner, Director of Innovation al Minneapolis Institute of art, ha detto che:

Nello stesso momento, nell’altra sala, Tim Powell, Digital Producer agli Historic Royal Palaces di Londra presentava The Lost Palace, un’esperienza di visita audio interattiva straordinaria, il cui slogan è “hai mai sentito il cuore di un re battere nelle tue mani?”. Dal punto di vista gestionale e produttivo, la chiave del successo, ha spiegato Powell, è stata l’adozione di un modello industriale di ricerca e sviluppo, con una open call alle comunità di creativi per creare prototipi.

“Come non morire di eccellenza”, di Adam Lerner, direttore del Museo di Arte Contemporanea di Denver, ha chiuso il cerchio con una riflessione sul fatto che i musei – sempre molto bravi nel mostrare i prodotti finiti – devono diventarlo anche nel rendere conto del caos creativo e della processualità. L’intervento di Lerner – una bomba – si può vedere qui.

Imparare a sviluppare prototipi può essere la chiave per liberarsi dall’ossessione del perfezionismo, accettare il caos, e quindi diventare più bravi?

Ecco una mia intervista a Tim Powell in cui affrontiamo la questione.

 

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Ce n’est qu’un débOt

Il 5 giugno 2017 terrò un workshop al Digital Think-In lab del Maxxi di Roma, il Museo Nazionale delle Arti del XXIesimo secolo. Si tratta di uno degli incontri nell’ambito di Maxxi Know How, il programma di alta formazione lanciato dal museo.

Al Maxxi di Roma, il 5 giugno 2016, un laboratorio di Luca Melchionna sui bot e le istituzioni culturali

(Quanto mi piacciono le immagini della comunicazione del Maxxi)

Parlerò di chatbot, di automazione e di personalizzazione delle relazioni tra le istituzioni culturali e i suoi pubblici. Ma di chiacchiere ce ne saranno molto poche. Nel mio workshop proveremo a progettare, programmare, scrivere e pubblicare un bot.

Le ore a disposizione sono poche, ma i mesi che abbiamo di fronte per capire se le interfacce conversazionali ci possono aiutare sono molti.
Quindi ce n’est qu’un débot.

Da non perdere: il bot di Netflix su Better Call Saul.

 

 

Giovanni Segantini - L'Ora mesta, (1892). Collezione privata in deposito alla Galleria Civica G. Segantini di Arco
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Segantini e Arco: il sito web

Dall’11 maggio 2017 è online www.segantiniearco.it, il sito web del progetto “Segantini e Arco”. Ne ho curato il progetto editoriale, lavorando con Caterina Gasperi di evoq per la grafica e Cristian Pozzer per la parte informatica.

Segantini e Arco - il sito web

Segantini e Arco – il sito web

Il bello di questo progetto, nato nel 2015 e di cui la parte web è solo l’ultimo tassello, è che è uno di quei casi in cui le istituzioni culturali lavorano davvero insieme, con risultati e ricadute positive, senza tante chiacchiere.

Il MAG, Museo Alto Garda, gestisce tra le sue sedi la Galleria Civica G. Segantini di Arco, che è il paese natale del grande pittore italiano. Il Mart di Rovereto, che è a pochi chilometri da Arco, possiede opere di Segantini, fondi archivistici (come la corrispondenza con Grubicy nel Fondo Grubicy-Benvenuti), relazioni istituzionali internazionali e soprattutto le intelligenze curatoriali necessarie per far vivere i contenuti.

Nell’era della riscoperta dell’autorevolezza degli esperti – che ancora non è arrivata, beninteso, ma non mancherà poi molto – mettere a frutto il genius loci vuol dire questo: trovare le soluzioni amministrative e gestionali per far lavorare insieme i luoghi autentici e le istituzioni complesse su cui una comunità ha investito soldi e attese.

Ecco quindi i risultati:

  • Fino al 2015 per leggere la biografia di riferimento di Giovanni Segantini, bisognava sapere il tedesco, perché nessuno aveva mai tradotto il volume “Giovanni Segantini: sein Leben und sein Werk”, pubblicato da Franz Servaes a Vienna nel 1902.
    Il progetto di Arco, diretto da Alessandra Tiddia del Mart si è fatto carico della traduzione, affidata ad Andrea Pinotti.
    Ora quindi il testo è disponibile in italiano – e vi assicuro che è una lettura molto più che emozionante: se vi interessa la storia non dico dell’arte ma anche solo del pensiero occidentale durante la transizione verso la modernità, questo testo vi servirà.
    Potete leggerlo online, in versione integrale, su segantiniearco.it
    Ma online ci sono anche le scansioni dell’originale del 1902, se è questo che vi dà il friccicorìo ai polpastrelli (a me lo dà). Potete sfogliarle a questo link.
    Oppure potete farvi un giro ad Arco, vedere le pagine su maxischermo nelle postazioni “Segantini Doc“, all’ingresso della Galleria Civica, poi uscire, guardare il paesaggio e scoprire che Segantini, in Engadina, non dipingeva solo le montagne che vedeva ma anche quelle che ricordava.
  • Fino a qualche tempo fa, se volevate sapere quante sono, dove si trovano e che aspetto hanno tutte le opere di Giovanni Segantini conservate in musei internazionali, auguri. Ora si può fare, perché il progetto Segantini e Arco ha mappato e documentato tutto.
    Giovanni Segantini - L'Ora mesta, (1892). Collezione privata in deposito alla Galleria Civica G. Segantini di Arco

    Giovanni Segantini – L’Ora mesta, (1892). Collezione privata in deposito alla Galleria Civica G. Segantini di Arco

    In Galleria potete consultare i dati su maxischermo: 300 immagini da 74 musei di tutto il mondo, zoomabili fino alla singola pennellata.
    Su segantiniearco.it potete cercare tutte le opere per titolo, anno, opera, tecnica o museo.

  • Il dibattito scientifico sul divisionismo e su Segantini è molto attivo. “Segantini e Arco” organizza convegni specialistici di alto livello, e pubblica i risultati in una collana, intitolatsegantiniana 2 copertinaa Segantiniana. Studi e ricerche. L’ultimo volume, appena stampato, è sfogliabile interamente online, e contiene saggi di Alessandra Tiddia, Sara Gimona e Tatiana Marini, Annie-Paule Quinsac, Gioconda Leykauf-Segantini e Daniel Kletke, Ilaria Cimonetti, Annalisa Bonetti, Sergio Fant e Roberta Bonazza.Su segantiniearco.it/it/segantiniana sono sfogliabili anche tutti i cataloghi delle mostre prodotte nell’ambito del progetto.
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Sintesi per logorroici

“Porta un romanzo, un quotidiano, e un asciugamano.”

Queste le risicate istruzioni per i partecipanti a “Sintesi per logorroici”, il mio workshop pensato per aiutare chi sta cercando la giusta misura nella comunicazione istituzionale o d’impresa. Una puntata pilota di questo nuovo formato si è svolta al Mart di Rovereto domenica 5 marzo 2017. Se guardando le foto pensate che sembro Saul Goodman sappiate che me ne sono accorto e oggi mi sono tagliato i capelli.

sintesi per logorroici (4)

Siamo partiti con un’autovalutazione della logorrea percepita – io ad esempio mi sono definito un introverso laconico con rare ma letali punte di logorrea in momenti di stress. E poi abbiamo cominciato a parlare, parlare, parlare. Un po’ fight club, per capirsi, ma si parlava di libri. Gradualmente abbiamo cercato di dare una struttura alle parole, imponendo dei limiti precisi a quello che stavamo dicendo, sia in termini di quantità che di qualità.
Nella comunicazione istituzionale si fa molta fatica a essere brevi e chiari. Uno dei motivi, penso, va ricercato nel basso potere negoziale degli uffici stampa rispetto alle richieste delle dirigenze, che sono spesso a digiuno di competenze comunicative e incapaci di delegare. I logorroici sono i capi, insomma, e magari lavorano con persone senza contratti, senza diritti, e senza voce che non sia quella di una logorrea prudenziale di riflesso.

Quello che serve è quindi l’esperienza della libertà nei confronti del testo.

Solo che

la libertà senza limiti uccide la libertà (Tzvetan Todorov, “The Fear of Barbarians”, p.153)

quindi il primo atto che dobbiamo osare per conquistare libertà nei confronti di testi farraginosi da editare è quello di imporre dei limiti alla nostra azione. L’esercizio “dialoghi laconici” puntava a questo, e i partecipanti sono stati straordinari. Ne sono uscite un paio di perle, tra cui un bell’endecasillabo, “l’amara morte di una bella donna”.

La seconda parte del mio workshop prevedeva tre esercizi

  • Editorial Detectives
  • Il rasoio di Occam
  • Il dettaglio che luccica

Siamo riusciti a finire solo il primo, ma è stata una lunga e bella cavalcata. Per imparare a fare sintesi, ci siamo detti, alleniamoci a scrivere titoli. E i titoli che funzionano sono quelli che da un lato non tradiscono il contenuto, ma dall’altro rispondono alla domanda del lettore “cosa c’è di interessante per me?”
Per poter immaginare delle risposte a questa domanda, bisogna sapere chi sono i lettori dei mezzi di comunicazione, e quindi decrittarne le linee editoriali. Che non è proprio una passeggiata.

sintesi per logorroici (11)

L’asciugamano doveva servire per comporre brevi testi che girano intorno a un particolare. Il riferimento testuale era Douglas Adams, e quello  visivo “La morte di Marat” di Jacques-Louis David.

In conclusione, la logorrea non è tanto male. Se gestita, ha un potenziale di relazione che noi introversi magari invidiamo. E per cavarne un po’ di sintesi non bisogna eliminarla, ma solo darle ritmo, codici, direzione.

(si nota la tripartizione enfatica finale?)

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Mission: Possible

Si è concluso da poco a Torino il corso di Social Media Marketing per la Cultura, che ho tenuto per conto di Fondazione Fitzcarraldo insieme a Luisella Carnelli.

Lavoro in gruppo durante

Lavoro in gruppo durante il corso

Come nell’edizione precedente, lo sforzo che abbiamo chiesto ai partecipanti è stato quello di posporre la naturale curiosità sugli strumenti e le tecniche, e di attraversare una valle di lacrime costellata di pericoli. Le sabbie mobili della mission; il deserto della definizione degli obiettivi; la zona umida dell’ascolto dei pubblici; il nido di vespe della scelta di criteri di misurazione dei risultati. E infine un autentico girone della morte: diventare consapevoli che lavorare col digitale nella cultura, in Italia, oggi, significa prendersi la responsabilità del cambiamento istituzionale e dello sviluppo della leadership.

Solo dopo ci siamo concessi un’analisi degli strumenti a disposizione – e questo ha permesso di affrontare e fissare un punto che nelle istituzioni culturali italiane non è acquisito, ma che viene invece chiesto dalle politiche europee, dai più bravi della classe in giro per il mondo, e da chi è disposto a finanziare la cultura: i social media e il digitale hanno senso solo se non sono pensati come “qualcosa d’altro” rispetto all’istituzione.

Chiara Bernasconi, Assistant Director del Dipartimento di Digital Media del MoMA di New York è stata con noi in collegamento hangout durante il secondo giorno, e ci ha raccontato l’approccio del grande museo americano al digitale. Ecco una delle sue slide: la rivoluzione copernicana per mettere il visitatore al centro della progettazione museale è stata il punto di incontro tra le nostre discussioni e la sua testimonianza.

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Io, per dire, sono ipercurioso dei giochi in sviluppo da parte del MoMA

Il corso si è concluso con una doppia sessione de “Il Virus“, il gioco di ruolo da me ideato per provare a sviluppare una strategia digitale. Sono rimasto colpito dal talento, dalla capacità di collaborazione e dalla resistenza allo stress di tutti i partecipanti.

Molte delle domande più bollenti di #fitz_smm2016 restano solo eroicamente abbozzate: come adottare nei musei una cultura del dato, se i dirigenti sono i primi a rifiutarla –  o perché non compresa, o perché compresa fin troppo bene e detestata? Come raggiungere e coinvolgere i pubblici refrattari? Come impostare una strategia digitale senza soldi, senza tempo e senza competenze? Come evitare che i giocatori di Pokemon GO si spalmino sul colonnato?

La prossima edizione del corso si svolge sempre a Torino dal 16 al 18 novembre 2017.

Con Fitzcarraldo stiamo poi lavorando per sviluppare ulteriori momenti di approfondimento rivolti a chi ha già frequentato SMM, più orientati al lavoro progettuale-pratico e alla condivisione di opportunità lavorative.

https://lucamelchionna.com/info/
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The Virus in Amsterdam

My role playing game “The Virus” is ready for its European debut. I will be playing a freshly revised version of it on wednesday 18 November in Amsterdam. I will be teaming with Jasper Visser who invited me to go dutch after I did a series of installments of “The Virus” in various italian locations including Turin, Bolzano and Bologna.

The Virus a role playing game for museums professionals by Luca Melchionna

The Virus. A dilemma.

The concept of the game is quite simple: aimed at students or junior professionals, it lets players experiment how actual communication strategies are developed in museums, theaters or center for performing arts. Unlike other workshops on issues of strategy, “The Virus” is not meant to provide tools, skills or a method. It is a complex game environment devised to imitate reality “as it is” and not “as it should be”: the game narrative has plenty of potential conflicts, budget issues, personality clashes and PR disasters. But of course it also allows for empathy, team collaboration, hints about audience development and ways to integrate artists’ visions into successful communicaton strategies. The role playing time, which lasts around one hour and a half, is followed by an open discussion, that draws on the insights gathered through personal stories.

Players get usually very involved during gameplay, and therefore find it easier to access the final evaluation stage on a level that is not only intellectual but also emotional.

The Virus a role playing game for museums professionals by Luca Melchionna

The Virus at Fondazione Fitzcarraldo, Turin

Modeled after my professional experience in Italian museums, The Virus has been reshaped to take the italian-bias out – but I’m not sure I managed to do this. I’ll find out on wednesday.

The Virus a role playing game for museums professionals by Luca Melchionna

The Virus explained. Or maybe not so much.

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Discorso di insediamento al contrario

Respingo al mittente le cortesi quanto vacue parole sentite poco fa e rivolgo un deciso ghigno di scherno alle boriose autorità presenti, a quel ladro del Sindaco, all’architetto Ceffoni – noto impotente – a questa patetica scusa di Presidente qui accanto, e al debole, irresoluto Direttore uscente che ho il dispiacere di conoscere dai tempi del liceo e che ora mi tocca di nuovo incontrare – sopportando il peso osceno dell’inevitabile decadimento biologico di entrambi. Una sonora pernacchia ai molti che dimenticherò – sappiate che sono omissioni volute.

Mi perderò in chiacchiere, è bene dirlo subito. Non ho nessuna intenzione di affrontare le molte e urgenti questioni che aspettano fuori da questa aula di stupidi privilegiati. Non l’ho mai fatto, non inizierò certo ora che mi sono sistemato. E tuttavia sarebbe presuntuoso da parte mia presumere di inaugurare uno stile di inazione assoluta. So bene di avere una storia dietro di me – una viscida storia fatta di dissimulazioni indegne, scelte casuali, corruzione delle regole, acquisti raddoppiati per distrazione, progetti inutili avviati in ritardo e assegnati a persone senza competenze, ristrutturazioni che hanno sfasciato lo sfasciabile, estromissioni calcolate delle menti più brillanti e campagne di violenza psicologica che hanno fatto tabula rasa dell’entusiasmo e della competenza.

Ebbene, io intendo continuare quest’opera. Non vi lascerò soli. Non quando là fuori gruppi di invasati premono per sapere e per giudicare.

Questa è l’epoca, cari imbecilli, in cui dobbiamo prescindere dal territorio. Uno snodo chiave questo, a volte poco compreso. Se guardate con attenzione, nella nostra comunità vedrete ovunque persone che lavorano, rischiano, mettono in contatto estranei, producono valore. Tutto questo – e lo dico con la consapevolezza di usare termini forse troppo blandi – è un pericolo mortale. Sono cose che non si devono fare, signori miei: si devono semplicemente dire. Io le dirò, e voi, spero, le direte con me. Saremo un coro assordante, e spesso non servirà nemmeno aprire la bocca.
[Abbassando lo sguardo agli appunti, in tono più asciutto] Sono capace di individuare la complessità, penso di averlo dimostrato, distruggendola senza sosta: ora metterò questa mia dote al servizio di questo luogo. Per disfare reti, per puntare all’insostenibilità, per favorire l’isolamento.
Prima che pensiate di avere di fronte un superbo, luridi tacchini, fatevelo dire: lo sono eccome. Fare da soli: questo fa la differenza, oggi, ed è proprio su questo che imposterò l’azione della struttura che ho la sfiga, oggi, di dirigere. So di essere circondato da incapaci, ma so anche di avere strumenti meravigliosi a disposizione. Guarderò al merito delle questioni. Nuove tecnologie? Sì, ma solo se alienanti. Sconti sui servizi ai dipendenti, sostegni alle famiglie? Neanche per sogno – chi lavora va scoraggiato, non premiato. Accordi internazionali? Può darsi, ma solo se a nostro detrimento.

Prima di concludere, una parola sullo stile che intendo adottare nei rapporti con i privati. Il nodo è ormai ineludibile. Sicuramente, da questo punto di vista, ci sono state delle incertezze nella pessima gestione di chi mi ha preceduto. Forse non ho la risposta perfetta, ma una cosa la so: dobbiamo rendere im-pos-si-bi-li le partnership con i privati. Non rifiutarle, che sarebbe troppo semplice. Dobbiamo accettare le offerte di questi piccoli, pidocchiosi, ignoranti ciccioni che si credono chissacchì solo perché hanno i soldi. Solo che li sprecheremo. O sì, li sprecheremo, ma senza trarne profitto personale.
Perché la miseria, l’ignoranza e l’immobilità sono beni troppo preziosi. Appartengono a tutti. Contate su di me per averne un po’ di più – magari poco alla volta, ma senza interruzioni.

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Sesso, Genere, Dolore, Dio

MDLSX dei Motus e la crisi di rigetto cattolica verso gli io che si costruiscono “contro” il mondo

“L’impossibile arriverà e l’inimmaginabile è inevitabile”, è un verso tratto dal “Manifesto Animalista” di Paul B. Preciado, messo come sigillo in un volantino triangolare rosa con le informazioni essenziali dello spettacolo MDLSX, della compagnia teatrale Motus, che ho visto a Centrale Fies il 31 luglio scorso. E’ anche una frase che non sarebbe stonata in bocca a uno scrittore cattolico graffiante e rancoroso del secolo scorso, come Chesterton o Graham Greene. Ma la cultura cattolica da molti decenni ha rinunciato a pensare l’impossibile, e quindi Chesterton resta appeso lì, come un albero a forma di punto di domanda visto durante un viaggio intrapreso mentre si è rosi dal dubbio.
I Motus, vincitori del premio UBU nel 1999, da decenni mettono in scena un conflitto tra le generazioni e le identità incentrato sulla crisi del maschile, del patriarcato, del Senso, del principio ordinatore, insomma di Dio – il tema dei temi, che condivide con il mal di denti la caratteristica di restare tale anche se eviti di pensarci. MDLSX racconta una storia di ermafroditismo, di dolore per l’impossibilità di assumere un’identità di genere in un mondo in cui la vaghezza su questo punto non è tollerata, dell’introiezione da parte della vittima della rabbia del carnefice patriarcale e infine della decisione di potere e volere uscire dalle categorie portandosi dietro il mondo intero in questa liberazione dal bisogno di appartenenza. La storia procede su un binario parallelo, mischiando brandelli di autobiografia della performer Silvia Calderoni con spezzoni del romanzo “Middlesex” di Jeffrey Eugenides, quello de “Le vergini suicide”. Siamo in pieno postmoderno: lo sdoppiamento della voce narrante fa pensare al “Lanark” di Alasdair Gray; la dittatura di frammento, cut up e remix è efficacemente rinforzata dal fatto che la scena è un dj-vj set in cui Calderoni orchestra una “playlist” di canzoni – il vero cordone ombelicale tra le musicassette e Spotify – che si conclude con “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want” degli Smiths.
Il punto di questo post – a cui arrivo fra un secondo – è tutto nella frase più bella di quella canzone: “per favore, per favore, per favore, lasciami avere quello che voglio; Dio solo sa che sarebbe la prima volta.” La prima volta. Chi vuole fare sè stesso non sta capovolgendo un Ordine. Lo sta cercando per la prima volta. La reazione di empatia o di disgusto che, a seconda dei punti di vista, possiamo provare per chi osa costruire la propria identità, non ha niente a che fare con la questione. Per gli eterossessuali è difficile da capire, a meno di essere apolidi, neri, terroni, balbuzienti, grassi, insolitamente alti, patologicamente timidi, ebrei, cristiani – oops, a quanto pare qui c’è un bug.

Tra i sostenitori del movimento LGBT, tra chi ritiene che si possa essere felici solo se lo sono anche gli altri, tra chi non pone limiti preventivi alla possibilità di immaginare spazi di libertà e di rivendicarli come diritti civili – tra quelli noti insomma in questo paese feroce come “buonisti”, si sente spesso ripetere che “la teoria gender non esiste.” Il brutale sottinteso è “chi chiede la messa al bando della teoria gender è non solo un bigotto, ma anche un ignorante.” Ora, posto che effettivamente è vero che la “teoria gender” come tale non esiste, io trovo che l’argomento dei buonisti sia falso. Il bigotto usa una semplificazione infarcita di falsità, ma lo fa per dire una cosa vera, e cioè che la distruzione del principio ordinatore in atto nella civiltà occidentale non è semplicemente qualcosa che avviene, ma è un processo che è in parte anche teorizzato – appunto da Paul B. Preciado, ad esempio, e se uno vuole fare il fino potrebbe spingersi fino a Cartesio – e magari a Gesù Cristo. Questo modo di comportarsi, dar voce a una preoccupazione reale (su cui si può dissentire, ma che reale resta) usando un’argomentazione fallace non è infrequente, in un certo senso è la firma della realtà. E’ estraneo alla logica, ma non alla storia della scienza. Come ha dimostrato Paul Feyerabend in “Contro il Metodo“, perfino Galileo ha usato questa scorciatoia. Insomma, i bigotti dovrebbero studiare di più, molto di più, ma il loro dolore, la loro confusione, la loro angoscia sono reali, e il disprezzo che ricevono in faccia è indegno della sofisticazione culturale dei buonisti. Questa messa in scena per cui negli ambienti “liberati” si finge che il dolore dei bigotti non esista – solo perché è ridicolo ed esteticamente impresentabile – è una porcata che puzza molto, ironicamente, di bisogno d’identità.

 
Il problema è però complicato dal fatto che i bigotti sembrano del tutto incapaci di comprendere perché il pensiero occidentale stia teorizzando la morte di Dio. E questo, paradossalmente, nonostante il monoteismo – un sistema religioso che nega l’esistenza di quasi tutti gli dei – e nonostante anche la fede nel Dio incarnato che dichiara sulla croce l’abbandono dal Divino. Nel caso specifico, i cattolici sembrano non capire che la richiesta di “costruire la propria identità” non arriva da chi ce l’identità ce l’ha già, ma da chi se l’è vista negare. Chi rivendica per sè un’identità fluida reagisce al dolore di nascere mostro. Chi non ha provato questo dolore dovrebbe star zitto e ascoltare. Ma i bigotti questo dolore non lo vogliono sentire, non lo vogliono vedere, non lo vogliono leggere. Messi di fronte all’inevitabile, fingono spesso che le posizioni dell’interlocutore siano diverse da quelle reali, e ascrivono ai “buonisti” la volontà di cambiare le identità di genere per tutti. L’ermafrodita, l’omosessuale, l’asessuale, il disabile – sono invece per definizione persone a cui è stata già cambiata l’identità sessuale rispetto alla norma, e quindi la richiesta di ricostruire se stessi non può essere altro che un’assunzione di responsabilità di fronte alla realtà: la realtà è complessità emergente, che si crea da sola, e se vogliamo essere nella realtà dobbiamo giocare la stessa partita. Che è poi quanto ci aveva proposto il cristianesimo: non siamo condannati a subire il non senso del mondo, ma possiamo parteciparne alla creazione.

Questa messa in scena per cui negli ambienti bigotti si finge che il dolore dei gay non esista – solo per paura di guardarsi dentro – è una porcata indegna dell’elaborazione culturale millenaria a cui professano di appartenere.

MOTUS MDLSX © Alessandro Sala/CESURA per Centrale Fies

MOTUS MDLSX © Alessandro Sala/CESURA per Centrale Fies

Perché siamo intrappolati nella scelta tra due narrazioni, quella della “difesa della famiglia naturale” e quella della “fuoriuscita dalle categorie”? C’è una cosa che hanno in comune, questi due discorsi: la tendenza a non approfondire il dato biologico, visto come un inciampo “tecnico”.  Perché nella specie umana il sesso esiste?  Perché esistono due generi? La realtà trabocca di specie senza riproduzione sessuata, con sette generi diversi, di individui che cambiano genere, di specie che avevano dei generi ma poi li hanno persi. Nei serpenti, gli XY sono femmine. Nel timo selvatico, metà individui sono femmine, metà ermafroditi.

A quanto pare, il sesso nell’uomo esiste non per “un dono”, nè per essere negato, nè per essere costruito. Esiste per darci un vantaggio competitivo nella lotta ai parassiti che vivono dentro il nostro corpo. Forse dovremmo semplicemente studiare più biologia alle elementari.

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Google e Pino Pascali

Su Sette del Corriere della Sera, oggi, l’esperto di web Roberto Cotroneo ci offre l’ennesima variante di una geremiade contemporanea di sicuro successo: lamentarsi di un supposto imbarbarimento culturale causato dalla fruizione della cultura attraverso le nuove tecnologie. O meglio le attuali tecnologie, che sarebbe il caso di finirla con questa mania italiana di etichettare come “nuovo” il presente.
“Si può capire Pino Pascali con Google?” è la domanda retorica di Cotroneo. Retorica e logicamente fallace, perché addossa a Google – che qui per metonimia indica tutto il web – la responsabilità di far capire l’arte. Un presupposto più corretto sarebbe stato “Si può almeno scoprire l’esistenza di Pino Pascali con Google, in assenza di altre informazioni?”, ma il problema è che poi toccava rispondere di sì.

“Bachi da Setola” di Pino Pascali, 1968, presa dal sito di Artribune

L’esperimento di Cotroneo è questo: ha osservato una coppia di fronte a un’installazione di Pascali alla GNAM di Roma (non quella della foto qui sopra). Da come li descrive, si capisce che non sono esperti. Sono in un museo, con macchina fotografica e smartphone e sanno poco o nulla di quello che vedono. Sono, quindi, i visitatori più importanti in assoluto per i musei. Il cosiddetto “nuovo pubblico” nei termini fastidiosi del marketing. Persone normali che vogliono conoscere cose che non sanno, perché sentono dentro di sè la voglia di capire – se vogliamo usare un altro linguaggio.

In sala non trovano informazioni se non cognome e nome dell’autore. Un fatto questo, su cui Cotroneo non si sofferma. Cercano informazioni su Wikipedia, poi su Google. Cotroneo chiama beffardamente Google “oracolo”, dando per fatto acquisito ciò che dovrebbe dimostrare, e cioè che questa coppia da Google si attenderebbe “la verità su Pino Pascali”.

In ogni caso, la coppia non resta a secco di informazioni. Solo che sono inadeguate alla comprensione dell’opera di Pascali. O meglio, non c’è modo di sapere se le informazioni fornite da “Google” fossero adeguate, perché, come nota Cotroneo “[i due] non hanno mai finito di leggere una voce su di lui”.

Ma allora qual è il problema, l’inadeguatezza di Google o la mancanza di disponibilità di queste persone ad approfondire? La seconda, evidentemente. E di chi è la colpa?

“Nell’era pre internet – scrive Cotroneo, e intuiamo la lacrimuccia – in un museo avevi tre possibilità. La più semplice era studiare da prima e documentarti su quello che andavi a vedere scegliendo una galleria d’arte. La seconda era comprarti una guida e leggere mentre passi da un’opera all’altra. La terza, relativamente più moderna, metterti alle orecchie le audio guide che ti spiegano le cose.”

La terza soluzione, capiamo dal tono della prosa, non vale. Ma il problema è che tutto questo è falso. Queste erano le alternative che, nell’era pre internet, avrebbe avuto un intellettuale come Roberto Cotroneo. Ma Cotroneo, in questo esperimento, non ha seguito una coppia di intellettuali. Il paragone è sbagliato, e curiosamente è sbagliato in un modo che tende a rafforzare le tesi dell’autore.
Cotroneo si sarebbe dovuto chiedere cosa facevano nell’era pre internet le coppie di persone normali che nelle gallerie d’arte non entrano perché sono intimidite, e che non comprano le guide perché leggono poco o mai. Queste persone, molto semplicemente, non entravano nei musei e non vedevano le opere di Pino Pascali. Adesso ci entrano, per fortuna.
Se la GNAM avesse investito in intelligenze, competenze e tecnologie, avrebbe potuto offrire a queste persone la possibilità di scoprire e forse approfondire, usando audio, video e informazioni contestuali. Ma la GNAM non l’ha potuto o voluto fare, eppure queste persone hanno cercato di capire lo stesso, perché sanno che Google e Wikipedia daranno loro almeno qualche informazione per orientarsi nel mondo vietato degli intellettuali, quello in cui esiste l’arte contemporanea. A me tutto questo sembra indicare un avanzamento di capacità cognitive. Confesso di non essere in grado di valutare invece la portata del cambiamento dal punto di vista culturale, ma ritengo evidente che si possa almeno concludere che oggi le persone che non leggono per intero gli articoli – che non hanno mai letto per intero gli articoli – almeno hanno imparato ad esplorare da sole i luoghi della cultura senza chiedere permesso.

Ho poi controllato la pagina di Pino Pascali su Wikipedia. Effettivamente non era un granché. Mancavano fonti attendibili. Quindi, io che sono un intellettuale, ho modificato e migliorato almeno un pochettino quella pagina, aggiungendo informazioni sull’opera “Bachi da setola” della GNAM di Roma.