Chatbot per musei

Ha senso per un museo sviluppare conversazioni con i propri utenti in cui una parte dei contenuti è sviluppata in anticipo dall’istituzione e l’altra è gestita dall’interlocutore? Se una conversazione di questo tipo esistesse, dovrebbe necessariamente bilanciare automazione e unicità: il contenuto prodotto dall’istituzione – per poter presidiare la qualità e per poter essere distribuito in modo razionale –  dovrebbe avvantaggiarsi di metodi di produzione industriale, almeno in parte. Mentre l’interlocutore, lungi dall’essere zitto e passivo, dovrebbe poter esprimere contributi rilevanti e originali, magari cogliendo nelle storie pubblicate dal museo alcuni dettagli rilevanti, da approfondire, verificare, contestare individualmente.

Fortunatamente questo strumento esiste già: il libro.

I chatbot, invece, sono software conversazionali che girano su dispositivi mobile e interagiscono con le persone. Come nei libri, i testi e le immagini che ci si trovano, sono stati scritti da esseri umani. Come per i libri, e come per la Biblioteca di Assurbanipal, la tecnologia ne permette la distribuzione e la lettura attraverso la creazione di un supporto pensato per essere replicabile senza dover riscrivere tutto ogni volta. Come nella Bibbia o in Lanark, chi legge ha un ruolo,  la sua immaginazione contribuisce alla costruzione del significato e dell’esperienza del racconto, e questa interazione può essere, entro certi limiti, progettata.

Ho sviluppato chatbot (o ci sto lavorando) per la Reggia di Venaria, il MUSE di Trento, il MAXXI di Roma, il Museion di Bolzano e Centrale  Fies.

Il tutto in realtà è nato da un progetto al Mart di Rovereto, a cui ho partecipato solo di striscio, e che poi mi ha preso la mano.

 

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