Storie Fatte a Macchina

Quando Gianni Rodari pubblicava “Novelle fatte a macchina” era il 1973. Evidentemente chi stava dalla parte della fantasia, dell’innovazione e del lavoro, come appunto Rodari, poteva usare l’espressione “fatto a macchina” e ci si capiva: il lettore entrava a far parte di un mondo magico, emozionante, carico di buoni presagi.

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La macchina da scrivere di Jack Torrance in The Shining di Kubrick (1980) era però minacciosa. Invece le “Parole d’amore scritte a macchina” di Paolo Conte, nel 1990, denotavano paralisi comunicativa, desiderio di calore umano frustrato da impacci che sicuramente verranno superati in una sorta di abbraccio cosmico-esotico tra la via Fulvia e l’Est.

Tre esempi non dimostrano nulla, ma mi sembra plausibile sostenere che, in quegli anni, il rapporto tra creatività, cultura e macchine fosse improntato ad un ottimismo venato di ambigue minacce.

Oggi in Italia l’ambiguità è sparita. C’è un sostanziale consenso sull’atteggiamento da avere nei confronti delle macchine, intese come automazione: una PAURA FOTTUTA.

Questa situazione mi pare ottima, perché ci dà modo di essere inattuali, che è la condizione migliore per esprimersi in modo creativo: oggi fare storie a macchina, usando Intelligenza Artificiale, bot e dispositivi mobile significa, più che innovare, prendere il testimone della tradizione del design italiano di un’epoca in cui si “inventava il futuro”, come recita il titolo della mostra della Triennale su Joe Colombo.


Storie Fatte a Macchina (www.storiefatteamacchina.it) è il progetto che ho lanciato, insieme a Dimension Srl, per inventare il futuro. Progettiamo conversazioni automatizzate su chatbot. Sono software che girano su dispositivi mobile e interagiscono con le persone attraverso testi, immagini, video e voce. Come nei libri, i contenuti che inviano sono stati scritti da persone vere. Come per i libri, la tecnologia ne permette la distribuzione attraverso la creazione di supporti replicabili con criteri industriali. E proprio come per i libri, la tecnologia disponibile detta molte regole, che influiscono non solo sul formato, ma anche sulle possibilità espressive degli autori: le pagine, nei libri, non sono infinite, e quindi le esigenze produttive sono in naturale conflitto con quelle artistiche. Lo scrittore deve tagliare le parole per andare a capo: è una violenza nei confronti del linguaggio, ma la tecnologia lo esigeva e ci siamo adeguati. I libri sono fatti di carta: questo condiziona la lettura, ma allo stesso tempo abilita il risucchio del lettore nell’opera, perché sui libri ci si può scrivere.

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“Confieso que he vivido”, di Pablo Neruda, con annotazioni di Julio Cortázar. Copia conservata alla Bibliotecadella Fundación Juan March, Madrid

Se è vero — e lo è — che la tecnologia usata per la creazione e diffusione dei libri ha avuto un impatto sui contenuti, la prima domanda che dobbiamo porci è: questo ha reso il libro un oggetto inutile? La seconda è: il fatto di non conoscere i dettagli tecnici dei procedimenti industriali della legatoria e della stampa ci impedisce di leggere un libro e di giudicarlo?
Avendo già inventato l’aratro, è difficile tornare indietro sulla strada dell’automazione. Le cose, tra cui le macchine, ci parlano. La realtà è nelle cose, non nelle idee. Come è sempre successo, possiamo rispondere cercando di governare le cose, oppure negando loro valore nella speranza che svaniscano.

Siamo i leader tra i musei italiani

Al Mart di Rovereto abbiamo progettato una guida che ha fatto dire a Paolo Ottolina del Corriere della Sera: “Il bot telegram del Mart è fenomenale” (poi il bot è andato anche su Facebook Messenger).

Per il MUSE di Trento abbiamo creato una caccia al tesoro in città, che ha messo in relazione museo, centro storico, artisti e commercianti. Ne parliamo qui.

Per la Reggia di Venaria abbiamo sviluppato un bot che serve a rendere sostenibili richieste di informazioni di servizio.

Al Museion di Bolzano, abbiamo lavorato con OKI per far stampare le opere delle collezioni da bot, accessibile su Messenger — o su iPad a muro — ai visitatori del museo. Puoi guardare, scegliere, stampare e portarti via gratis un’immagine delle collezioni. Il bot dà molte risorse per capire e approfondire, ma per chi lo vuole è possibile anche un godimento del tutto retinico ed esteriore di queste stampe. Sulla questione si può dibattere, ma la novità consiste nella facilità di accesso a queste immagini. Se volete provare, vi aspettiamo a Bolzano, perché alla fine i bot non annunciano affatto un’era in cui una parola vale l’altra e un luogo vale l’altro: certe cose si possono fare solo con certe parole e in certi luoghi eccezionali, e noi siamo dalla loro parte.

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